DAusilio3

 

 

puntate

 

N. Y. Times Square -

Palazzo di Vetro

 

 

Hashville , percorso da Washington to Menphis

 

 

Monument Valley etc

 

 

La Death Valley  California

 

Memphi

 

Monument Valley

 

Ritratti

Viaggio coast to coast


Ho percorso circa 7000 km attraversando 17 stati federali con il preciso desiderio di vedere da vicino la vita della grande mela ma anche quella americana in genere con le sue varie sfaccettature .

 

 

quarta puntata


LA DEATH VALLEY---CALIFORNIA
 


La letteratura da me consultata me l’aveva descritta come uno dei luoghi più letali della Terra e
confesso che,personalmente, ero molto perplesso se affrontare o meno questa avventura in una valle
assolutamente desertica ma piena di quel fascino geologico che da sempre mi attrae .
La Death Valley è una depressione californiana che scende fino a 150 metri sotto il livello del mare
e le mappe climatologiche me la descrivevano come il secondo luogo al mondo per temperature
elevate, secondo solo al cuore del Sahara, temperature che hanno raggiunto il picco di 56
gradi,ovviamente all’ombra, nel mese di luglio ed io mi trovavo in questa incertezza il 12 giugno .
Il meteo americano,sempre molto preciso ed efficace, aveva annunciato una temperatura prevista di
44-46 gradi .
Dovevo decidere: sapevo che avrei potuto correre qualche rischio ma il desiderio di esplorare e
conoscere da vicino questa valle della morte , di farne parte ,sia pure per due giorni ,era in me
troppo forte. Avvisi non troppo confortanti ammonivano innanzitutto che non vi sarebbe stata la
possibilità di usare telefoni cellulari e quindi per precauzione sarebbe stato indispensabile fornirsi
di una congrua scorta d’acqua perché il clima,estremamente secco, ti asciuga senza che tu te ne
accorga . Un cartello ammoniva che l’auto fosse in perfette condizioni perché un eventuale traino
sarebbe costato oltre 2000 dollari .
Tutto ciò non incentivava la voglia di inoltrarsi in questa lunga e deserta valle di 160 miglia di
lunghezza fiancheggiata da monti di altezze aggiratesi sui 1500- 2000 metri, ma dopo un’attenta
valutazione ho deciso, unitamente al mio compagno di viaggio l’Ambasciatore Lorenzo Ferrarin,
che assolutamente dovevamo vederla per non pentircene poi per tutta la vita .
Con il serbatoio del carburante pieno e 16 litri di acqua abbiamo iniziato questa traversata .
Il lungo nastro di asfalto era in perfetto ordine ed al check point un ranger ci ha consegnato una
mappa dettagliata della Death Valley .
Ma facciamo un passo indietro perché vorrei spiegare a chi mi legge, che spero abbia la bontà e la
pazienza di seguirmi, il perché di questo nome così sinistro .
Dobbiamo rifarci al 1848 quando in California fu scoperto l’oro e tale notizia così eclatante , corse
di bocca in bocca spargendosi in men che non si dica per tutte le latitudini del nuovo mondo .
Tutti,avventurieri,cercatori,banditi,coloni , l’anno successivo si misero in marcia verso l’Eldorado,
cercando le vie naturali più accessibili per raggiungere la California .
Carri di ogni foggia e tipologia, diligenze,calessi e quant’altro trasportavano tutta questa variegata
tipologia di disperati tutti tesi alla speranza di trovare l’oro in questa terra meravigliosa ma talora
molto inospitale. Senza poi contare le numerose tribù di Pellerosse non inclini ad essere invase da
ogni parte da gente a volte priva di ogni scrupolo .
Tutta questa moltitudine fu poi etichettata con il nome di fourthyniners,perché proprio nel ’49 si
manifestò la massima corsa all’Eldorado.
Un congruo filone di costoro vide una piatta valle e pensò trattarsi di una comoda via di
attraversamento non sospettando minimamente a quale fatale sorte sarebbero stati destinati.
La totale mancanza d’acqua e di vegetazione unitamente al grande calore furono per quasi tutti
un destino di morte . Ammazzate le poche vacche al loro seguito non ebbero più alcuna risorsa
popolando questa valle così impervia e solitaria di scheletri e di carriaggi abbandonati alcuni dei
quali ho potuto vedere in una specie di museo all’aperto nel quale sono stati raccolti.
Il luogo nel quale ho sostato ha un nome che dice tutto : Fournace Ranch raggiunto dopo circa 80
miglia di deserto, un deserto non di sabbia ma di rocce calcaree e di sale che formano disegni irreali
con colori cangianti nelle pieghe dei calanchi conferendo al paesaggio un aspetto terribilmente bello
con chiaroscuri inimmaginabili .
Fu qui che il regista Michelangelo Antonioni girò l’epilogo del film Zabriski Point esportando nel
mondo queste incredibili,fantastiche immagini .
Ma tornando al mio viaggio avventuroso proprio qui ho sostato al tramonto quando le ombre si

allungano e le rocce color ocra si infiammano . Mi sembrava di essere in un paesaggio lunare in cui
mi sentivo estraneo ma che ,al tempo stesso ,mi magnetizzava.
Ma perché questo nome :Zabriski point ?
Verso la fine dell’800 in questo luogo indefinibile fu scoperto il Borace,elemento chimico
indispensabile per l’industria del vetro. Si costituì la Borax Company il cui vicepresidente si
chiamava appunto Zabriski . Il Borace veniva estratto e caricato su due enormi carri unitamente
ad un grosso serbatoio d’acqua, carri trainati da 26 paia di muli che per circa 40 miglia lo
trasportavano fino ad una ferrovia . Tutto ciò è ben documentato nel Visitor Centre di Fournace
Ranch .
Quando questo metodo di estrazione non fu più remunerativo, lo Stato della California comprò i
diritti della Borax Company trasformando tutta la valle in parco nazionale oggi frequentato ma non
troppo per le molte remore che il turista si pone .
Prendendo una strada secondaria,fortunatamente asfaltata, in 12 miglia di ripida salita giungo al
Dante’s Point a 1800 metri di altitudine e da questo privilegiato punto di osservazione si apre alla
mia vista uno straordinario inferno dantesco .
Immense distese di sale riflettono accecanti bagliori contrastando le rocce rosso-ocra che le
cinturano . Guardo ammutolito il tutto quasi trattenendo il respiro , un silenzio assoluto mi
circonda,non un segno di flora o di fauna,ma solo una splendida staticità minerale.
Ridiscendo con prudenza la ripida strada mentre esaurisco l’ultima mia razione degli 8 litri d’acqua.
Al Fornace Ranch una buona steak mi attende per essere divorata prima con gli occhi che con la
bocca tale era la fame golosa che mi aveva preso .
La notte incombente non mi concilia il sonno , troppe le emozioni vissute che si snodano ancora
nella mia mente inquieta .
Alle prime luci dell’alba sono già in piedi per raggiungere la terza meta programmata, lo Scotty
Castle . La prima cosa che mi salta alla mente è che cosa ci fa un castello in mezzo a tanta arida
desolazione. Ed eccone la spiegazione : dovete sapere che nel 1920 un miliardario americano di
Chicago,tale Albert Jonhson, consigliato dal suo medico cercava un luogo secco e molto caldo
che potesse giovare alla patologia polmonare di cui soffriva. Un cercatore d’oro tale Death
Valley Scotty lo indusse a stabilirsi in questa desertica valle facendogli credere che tutt’intorno
vi erano delle miniere d’oro e il miliardario abituato ad ogni confort si costruì un castello con
tutte le comodità , perfino un organo a canne doveva allietarlo, con arredamenti di lusso importati
dall’Inghilterra . Purtroppo la crisi del 1929 lo colpì , andò in miseria e tutta questa cattedrale nel
deserto rimase come un elemento assolutamente anacronistico ma di sicuro ,sconvolgente impatto
per chi vi si reca oggi da turista .
Lo Scotty Castle viene oggi gestito dallo stato della California come un fiore all’occhiello da me
ribattezzato la bellezza nella desolazione . Grandi serbatoi d’acqua provvedono al bisogno e vi
staziona perfino un’autoambulanza.
Sono ormai sulla via del ritorno ma un’ultima deviazione sospinge il mio interesse. Voglio vedere
l’enorme cratere di un vulcano che gli indiani Navajos chiamano Ubi Ibi. Questo vulcano esplose
circa 2000 anni sollevando una immensa massa di strati calcarei che lo sovrastavano; una voragine
veramente impressionante per l’ampiezza ed il colore delle rocce laviche striate di zolfo giallo e
magnetite blu.
Altre 30 miglia ed eccomi all’uscita di questo unico parco silenzioso e solitario dove dune gialle
simili a quelle del Sahara meravigliano ancora una volta il mio sguardo con un ultimo arido saluto
mentre la mia fotocamera immortala il sinuoso procedere di un serpente delle sabbie .
Ancora poche decine di miglia ed il paesaggio quasi miracolosamente cambia faccia: grassi
cespugli spinosi si alternano a gialle praterie di erba secca mentre in lontananza già mi appare
la maestosa catena montuosa della Sierra Nevada con le cime semicoperte di neve. Il contrasto
che si presenta ai miei occhi è veramente affascinante . Tutto è cambiato, l’aria è frizzante e la
temperatura gradevole. La California,questa terra meravigliosa la cui conquista costò tante tante vite
ora mi si presenta in tutto il suo colorato splendore vegetativo .

Un amico mi ha chiesto : lo rifaresti?
Ho risposto : non lo so ma non rinnego neppure un minuto di tutto ciò che ho visto per le forti
emozioni che mi ha dato unitamente ad un arricchimento interiore che non ha prezzo .

Giorgio –giugno 2010

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