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ATTRAVERSO IL TENNESSEE DA NASHVILLE A MEMPHIS

 

Nashville mi da il buongiorno in una fresca mattinata di inizio Giugno luminosa e serena rispecchiandosi nelle facciate riflettenti dei grattacieli mentre i miei passi si indirizzano verso una delle mete più ambite del mio viaggio : la Country Music Hall Of Fame, ovvero il museo decorato con i simboli rappresentanti la musica country.

Molte finestre hanno una forma che ricorda i tasti neri di un pianoforte con a fianco una torre formata da giganteschi piatti rappresentanti i solchi di un disco in vinile o di un cd, supporti generalmente usati in passato per registrare la musica country.

Questo museo è il museo delle stravaganze,il sacrario dei miti dove la bianca Cadillac di Elvis Priesley occupa il posto d’onore fra i costumi di scena di Johnny Cash, gli stivali con lustrini di Jerry Lee Lewis ed il violino di Roy Acuff , né manca una sezione dedicata a Ray Charles.

Come detto il pezzo forte è la cadillac bianca di Elvis ,che iniziò la sua carriera suonando e cantando in stile country, con il tetto apribile elettricamente,raro per l’epoca,e tutti gli interni rivestiti in oro . Nella hall troneggia un grande poster di Brenda Lee delle cui canzoni è animata l’atmosfera. Le aree espositive sono fra le più moderne e tecnologiche ed in ovattate nicchie è possibile gustare il meglio di ogni cantante in chiave country o western, mentre il tutto è completato da decine e decine di rilucenti bacheche nelle quali chitarre di ogni tipo,stivali di tutte le fogge,e tantissimi abiti da scena coloratissimi e scintillanti fanno bellissima mostra di sé .

Accanto al museo sorge il più gran centro dell’industria musicale sulla Broadway dove hanno sede i megastudi della CBS e della RCA unitamente ad un’altra sessantina di sale di incisione polo d’attrazione per i cantanti di tutto il mondo.

Ma Nashville non è tutto questo: pensate che fin dai primi anni della sua fondazione,alla fine del 1700,fu chiamata l’Atene del sud americano per le numerose scuole superiori e per i molti edifici di stile neoclassico che gelosamente conserva . Incredibilmente questa frenetica metropoli possiede più di 700 chiese con 11 case editrici che stampano milioni di bibbie in sei diverse versioni, una per ogni confessione religiosa. A Nashville,come in tutto il Sud, la religiosità è un sentimento profondo,anche se non sempre ben definito ; così la domenica mattina questo sentimento antico si traduce nella dolce musica dei gospels e,magari,la sera in un rito woodoo .

Lascio Nashville a malincuore ma devo rispettare il programma stilato dal mio compagno di viaggio,l’ambasciatore Lorenzo Ferrarin, e così verso le 16 ,attraverso il Tennessee raggiungo Memphis e più precisamente la splendida dimora,in stile coloniale neoclassico,di Elvis Presley,denominata Graceland ed acquistata nel 1957 per 150 mila dollari.

La villa in pietra calcarea consta di 23 camere ed il patio d’ingresso è sostenuto da 4 colonne pseudodoriche ed è preceduto da due grandi leoni in pietra accovacciati su entrambi i lati.

Varco la soglia preceduto da alcuni vocianti texani e seguito da un manipolo di giapponesi già all’opera con le loro fotocamere . La villa,lasciatemelo dire,è molto kitsch con arredamenti magnificenti ma stravaganti. Per la verità sono rimasto colpito dal cancello in ferro battuto a temi musicali e dalla famosa jungle room,grande stanza dove il lussuoso arredamento di preziose radiche richiama quello dei resort africani mentre sulla parete di fondo una fresca cascata interna , benefica e refrigerante alla vista e all’udito, sprofonda nel pavimento.

Lungo il percorso sosto ad ammirare pareti intere rivestite da una serie di olii che ritraggono Elvis in tutte le pose e da una infinità di dischi d’oro sorprendendomi a pensare se Elvis avesse mai preso coscienza dell’enormità dei suoi guadagni : sono veramente nella villa di un mito!

Esco dalla parte posteriore circondata da magnifici prati verdi nei quali pigramente pascolano dei purosangue, terminando questo mio laico pellegrinaggio attraverso un colorato parco macchine di inestimabile valore mentre poco distanti due jet internamente foderati di raro pellame e laminati in oro si offrono al mio sguardo.

Pensate che il mito di questo cantante ha raggiunto tali vette da essere diventato il secondo luogo d’America più visitato dopo la Casa Bianca.

Un alone di mistero circonda ancora oggi le circostanze in cui è morto Elvis Presley,re incontrastato del rock,mistero che di fatto ha contribuito ad alimentarne il mito.

Di certo si sa che negli ultimi tempi la sua fame irrefrenabile lo aveva portato ad un tal grado di obesità sì da pesare 158 chili.

Dopo un lungo sonno ristoratore eccomi pronto per scoprire l’anima di Memphis e dove se non in Beale Street la culla del Blues?

Qui infatti W.C.Handy nel 1916 in una piccola casetta di legno compose l’universalmente noto Beale Street Blues. Questo quartiere è costantemente pieno di tanti,tanti angoli musicali che pulsano in ogni ora del giorno animati da piccole band che suonano e cantano ai margini di questa strada lunga circa tre km.

Qui si respira la tristezza ,la sofferenza e la malinconia del blues interpretato da questi afroamericani i cui esponenti più famosi sono stati Fats Waller,Nat King Cole,Lena Horne e B.B.King soprannominato “Beale Street Blues Boy”.

Ed in questa via si consumarono tante vite di schiavi strappati dall’Africa per impiegarli come muli da soma caricati di enormi balle di cotone per far loro percorrere incessantemente tale percorso, frustati dai mercanti che commerciavano con le navi sul Mississippi. Era questa l’estremità occidentale di Beale Street zona negletta e povera dove la vita umana veniva scambiata con dieci balle di cotone . Diversa invece era l’estremità orientale di questa lunga via con ricche ville di stampo neoclassico,molto ariose ed aperte in estesi spazi. Beale Street è una via che porto nel cuore e che mai dimenticherò per i suoi suoni,canti e colori, unica ricchezza in tanta povertà.

Ultima tappa per me doverosa, cui non avrei mai rinunciato per i suoi significati ed i suoi messaggi,

è stata il Museo Nazionale dei Diritti Civili edificato attorno al motel Lorraine dove il 4 aprile 1968 è stato assassinato Martin Luther King .

Parcheggiata la Toyota nell’adiacente piazzale, ombreggiato da alti gelsi, sono entrato in questo mistico museo quasi in punta di piedi per il rispetto ed il dolore che mi sentivo di dovere alla lotta contro la discriminazione razziale che ha portato gli americani africani a sofferenze ed umiliazioni incredibili fin dalle prime deportazioni nelle colonie britanniche nel 1619.

Mentre mi inoltravo in queste sale sature di violenza e di dolore,ho avuto la netta impressione di vivere la memoria di quel giorno di 42 anni fa.

Tutto come allora è meticolosamente uguale , la veranda oggi sempre infiorata quotidianamente,il numero della stanza che non ricordo,il colore delle pareti,il cortile dove sono sempre parcheggiate le due Buick bianche e al di là della strada la maledetta finestra dalla quale partì il colpo mortale.

Tutto qui è al suo posto diligentemente pietrificato nella religiosa immobilità di un museo molto particolare che , pur non vantando la marmorea solennità di un monumento,o meglio memorial, ha il compito di congelare nella fredda e artefatta realtà del mito, il senso ultimo delle più profonde ragioni del ricordo.

Qui Martin Luther King , il sovversivo King che sobillava gli uomini della spazzatura perché venissero riconosciuti i loro diritti,il King che il F.B.I. perseguitava, è ora diventato Patrimonio Nazionale .

Mi sto avviando all’uscita di questo triste santuario, frastornato, mentre nelle orecchie mi risuonano le parole che un robot ripete incessantemente, le parole finali del suo ultimo discorso, parole intatte nella loro potenza evocativa, parole che mi portano a sperare che un’America con un presidente nero possa finalmente scacciare per sempre i fantasmi della disuguaglianza ,ma purtroppo non ne sono molto convinto a causa di tante scene e situazioni annotate sul mio taccuino da globetrotter.

Sto per lasciare la bella Memphis, gettando una distratta occhiata al museo del cotone, con destinazione il West, verso l’Arizona, mentre mi inoltro in un lungo ,anonimo ponte, sotto il quale mi scorre l’immenso,placido,quasi addormentato Mississippi .

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